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Pastelli a olio di Matteo Ferrario

Aggiornato il: giu 24


Credits: Billi TV

Erano ancora lì, su un ripiano dello scaffale nella stanzetta, tra una busta con dentro alcune cartoline mai spedite e un vecchio stereo che non funzionava più.

Li ho trovati un mese di agosto di qualche anno fa, dopo aver riaperto la casa al mare per passarci un paio di settimane con mia moglie. Lei da allora non ci ha mai fatto caso, perché l’unica stanza che usiamo è quella matrimoniale in fondo al corridoio, e nella cameretta dove ho trascorso le mie estati da piccolo mettiamo piede giusto un paio di volte all’anno: al nostro arrivo per aprire le finestre e far uscire l’umidità, e prima della partenza per accertarci di aver messo i fermi.


Di solito sono io a occuparmene. Mentre lei sistema la spesa in frigorifero, dopo aver aperto il gas e fatto ripartire la caldaia vado di sopra, a spalancare finestre e imposte sulla vista del mare. Anno dopo anno ho ripetuto questa sequenza di gesti, e non c’è stata una volta in cui i miei occhi non siano finiti su quel mucchietto di mozziconi polverosi. Pastelli a olio di tutti i colori, raccolti sul fondo di un sacchettino di plastica trasparente.


Guardavo il nodo stretto con cui era stato chiuso, e mi chiedevo se sciogliendolo per infilarci dentro il naso sarei riuscito a respirare l’aria di quindici o sedici anni prima. L’odore dimenticato di una ragazza che non avevo più visto da allora, accosciata sul marciapiede di una città spagnola a disegnare un sole infantile sull’asfalto, pescando un pastello e poi un altro dal sacchetto. I suoi piedi nudi appoggiati sulla mia gamba la notte in treno in cui ci eravamo conosciuti. Lei seduta in disparte a fare braccialetti col filo di nylon, nella piazza diventata ritrovo degli italiani.


Al ritorno da quel viaggio, il treno aveva fatto una fermata nella stazione della località balneare dove i miei avevano una casa, e dove anch’io avrei trascorso l’ultima parte delle vacanze.

Dopo nemmeno un quarto d’ora ero già nella stanza affacciata sul mare, a disfare lo zaino mentre mio padre innaffiava le piante di sotto.

Vedendo affiorare tra i vestiti sporchi quel sacchetto pieno di pastelli colorati, non avevo pensato a come farlo riavere alla ragazza - ci eravamo scambiati i numeri, ma sentivo già che non li avremmo usati - né mi era venuto in mente di buttarlo via.


Mi ero limitato a guardarlo e cercare un senso nella sua presenza lì, in mezzo alle mie cose, perché era quello che facevo con tutto nell’estate dei miei vent’anni, la stessa in cui una ragazza se ne era rimasta sola su una panchina a intrecciare fili di nylon nell’attesa che andassi da lei, e la felicità mi era parsa così a portata da volerla rimandare, tenere in sospeso ancora un po’.


Invidio le persone che hanno bei ricordi degli anni universitari e dei viaggi fatti a quell’età, o almeno riescono a crearseli lavorando di fantasia. Per quanto mi riguarda, fino a un certo punto c’era stata quella sensazione inebriante di aver ancora tanto tempo da spendere, un’aria di possibilità che sentivo aleggiare ovunque e di cui non ero del tutto in grado di approfittare, non conoscendomi abbastanza.

Poi, d’un tratto, era cambiata ogni cosa.

Era successo quel giorno, nella mia stanza della casa al mare. Ero un ragazzo nel pieno dell’estate e mi ritrovavo in mano un sacchetto con dei pastelli, ed era come se volgesse già tutto al termine. Come se in qualche modo fossi riuscito a prolungare l’infanzia fino a quel punto, in segreto, ma all’improvviso non restasse più niente dietro a cui nascondersi. Non ero più un ammasso confuso di potenzialità e sogni. Ero diventato una persona, e c’erano cose che quella persona non avrebbe mai avuto, momenti che le erano sfuggiti per sempre, anche se all’apparenza non significavano niente. Quelli più importanti dovevano ancora venire, certo. L’incontro con mia moglie, il test con cui lo scorso aprile ha scoperto di essere incinta.


Quest’anno, al nostro arrivo nella casa, le ho detto di mettersi tranquilla sul divano e mi sono occupato io di sistemare la spesa in frigorifero.

Quando sono uscito dalla cucina, aveva chiuso gli occhi e si era abbandonata tra i cuscini. Dall’espressione del viso, sembrava che il sonno l’avesse liberata dalla gravità e dalla sua pancia di cinque mesi.


C’era un bel silenzio, un’intimità che aveva origini lontane, in ricordi vaghi di mia madre e mio padre seduti lì con me, nei primi anni.

Di sopra era tutto come l’avevamo lasciato, a parte l’aria umida, più pungente del solito. Ho aperto le finestre, il sole stava tramontando dietro il mare e gli ultimi bagnanti salivano dalla spiaggia per affollare la passeggiata prima di cena.

Un sentore di sabbia e creme solari è salito all’istante dagli altri balconi, coprendo quello stantio della camera rimasta chiusa a lungo.


Il suono delle onde era un sottofondo calmo, dal ritmo simile a un enorme respiro.

Tutto sembrava sul punto di scivolare via nella dolcezza della sera. Non sentivo alcun rimpianto, solo gratitudine per l’aria sempre più tiepida, le prime luci accese sul molo.

Era ora di sgomberare la camera, prepararla per il bambino che l’avrebbe occupata al mio posto negli anni a venire. Tutto doveva essere nuovo per lui, una pagina non scritta.

Mi sono avvicinato alla mensola. Il sacchetto coi pastelli era ancora lì annodato stretto, avvolto da una patina grigia di polvere. L’ho preso in mano e soppesato per qualche attimo, stupito dall’importanza di cui l’avevo caricato negli anni, dalla segretezza di quel rito che si era ripetuto ogni estate.


Ho pensato a mia moglie addormentata di sotto, a lei e a nostro figlio. Mi sono chiesto cosa ci attendeva, come saremmo cambiati, e poi ho sciolto il nodo.

Aperta l’estremità del sacchetto, ho lasciato che il suo contenuto invisibile si liberasse nell’aria, mischiandosi una volta per tutte agli odori della vita.

Matteo Ferrario: Architetto, giornalista e traduttore, ha pubblicato racconti su riviste letterarie e antologie. Il silenzio che rimane è il suo ultimo romanzo. Potete acquistarlo qui.

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