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Il Real Madrid a due passi da casa di Matteo Ferrario


Il 2 aprile 1986 si giocava a San Siro la partita di andata di una semifinale di Coppa Uefa, che per il secondo anno consecutivo era Inter - Real Madrid. Io avevo dieci anni e da interista attendevo quel momento con un misto di eccitazione e timore, visto anche come era andata a finire la volta precedente. Dopo le false speranze regalate dal 2-0 in casa con il gol su rigore di Brady, quello di Altobelli e una serie di altre occasioni sprecate, il doppio scontro con i madridisti si era concluso con un completo disastro nella bolgia dello stadio Santiago Bernabeu, dove il Real era pressoché imbattibile: 3-0 per loro, confermato anche dopo il ricorso presentato dall'avvocato Prisco a nome della società interista, per l'episodio della biglia di vetro lanciata dagli spalti e finita sulla testa di Bergomi.


Con la gara di andata che anche stavolta si sarebbe giocata in casa dell'Inter e il ritorno previsto nell'inespugnabile tana madridista, ma soprattutto in una stagione ancora più mesta della precedente, in cui era stata chiamata una vecchia gloria come Mario Corso a sostituire Castagner sulla panchina, sembravano esserci tutti i presupposti per un altro epilogo beffardo.


Ma all'avvicinarsi delle grandi partite, non importa quante siano le probabilità di vittoria, la fantasia del tifoso viaggia lontano, e in quell'occasione c'era pur sempre in ballo l'accesso a una finale di coppa Uefa. Senza contare che il Real Madrid non era un avversario qualsiasi, ma una squadra che per atteggiamento dei tifosi e rapporti con il potere si poteva considerare una sorta di Juventus su scala planetaria.


L'attesa aveva contagiato anche me, che all'epoca non ero mai stato allo stadio a vedere l'Inter, ma avevo una singolare e irripetibile occasione per osservare il nemico da vicino.

Il comune dell'hinterland milanese in cui vivevo era dotato di un centro sportivo ancora relativamente nuovo e di tutto rispetto per quell'epoca, tanto che cinque anni più tardi avrebbe ospitato proprio l'Inter per un'amichevole infrasettimanale con la squadra cittadina.


Nel fine settimana precedente all'incontro di Uefa, invece, in quella primavera dell'86 fu il Real Madrid a scegliere il centro per un allenamento a porte aperte. Risalire alla data precisa sarebbe un'impresa molto ardua, ma nei miei ricordi, quello in cui vidi Hugo Sanchez, Michel e Martin Vazquez corricchiare, provare tiri e fare esercizi di stretching sull'erba verdissima del campo comunale, era di sicuro un giorno di festa, in cui ero rimasto a lungo con le mani aggrappate alla rete, sul lato lungo opposto a quello della tribuna, a osservare quei campioni.


Erano presenti uomini e ragazzi di tutte le età, che tifavano per varie squadre. Juventini e milanisti erano lì per mostrare il loro sostegno al Real, che già aveva eliminato l'Inter un anno prima, e per guardare da vicino alcuni dei migliori calciatori del mondo.

Anche nei mesi e negli anni che si preparavano, dopo aver ripreso a vincere campionati in serie, quello non sarebbe entrato nella storia come il più grande Real Madrid di tutti i tempi, ma era pur sempre detentore della coppa Uefa, ricco sia di giovani talenti che di senatori come Camacho, Santillana e Valdano, e godeva della reputazione di squadra “casalinga”, capace di rimonte folli tra le mura amiche grazie alla spinta dei tifosi e, si diceva, agli arbitraggi compiacenti.


Era più o meno quello che, secondo i tifosi delle squadre avversarie, accadeva nel campionato italiano alla Juventus. Che il motivo fosse nella somiglianza tra i due club, o più probabilmente nel timore per le due partite che ci aspettavano, gli interisti che circondavano il campo, specie i più vecchi, non facevano che fischiare i madrileni e gridare insulti in dialetto.

La litania era proseguita anche dopo la fine della seduta, quando i presenti si erano radunati sul piazzale ad aspettare la partenza dei giocatori.


- Perché gli gridano tutte quelle cose, pa'? - chiesi a voce non tanto alta, per paura che qualcuno di quei vecchi invasati mi sentisse e se la prendesse anche con me.

Lì fermo al mio fianco sotto il sole primaverile, in attesa di veder sbucare il pullman della squadra da un'area transennata accanto all'uscita degli spogliatoi, mio padre rise.

- Perché sono interisti, leone - allargò le braccia, saltando con lo sguardo da me a quella piccola folla rumoreggiante che avevamo attorno. - Siete fatti così, tutti un po' svitati.

- Però tu prima tenevi al Torino, pa'. Perché hai cambiato? Tanto anche il Milan fa schifo.

- Queste sono le cose che ti ha raccontato tua madre per farti diventare interista. Io non ho mai cambiato squadra. Una sera, i primi tempi che uscivamo insieme, le avevo solo detto che da piccolo mi piaceva il Grande Torino, come a tutti quelli della mia età. Erano i tempi di Valentino Mazzola, il padre del baffo che poi ha giocato nella tua povera squadra. Piaceva a tutti, il Toro, come si faceva a non simpatizzare per una squadra così? Chissà per quanto ancora avrebbero vinto, se non fosse caduto quel maledetto aereo.


E fu così che, mentre i calciatori madridisti finivano di farsi la doccia in una mattina di primavera del 1986, venni a sapere della tragedia di Superga che aveva spazzato via la squadra più vincente di un'intera epoca. Con un club locale dalla storia tanto affascinante e sfortunata, da allora avrei trovato se possibile ancora più assurda la posizione dei torinesi che tifavano Juventus, ma più in generale di tutti gli juventini.


Ma l'evento centrale di quel giorno, che mi dette un primo saggio della strana magia emanata dal calcio, fu un altro. Appena vedemmo comparire il pullman delle Merengues - oppure Blancos, come venivano chiamati quelli del Real per il colore della divisa - si scatenarono per l'ultima volta i cori e gli schiamazzi dei tifosi presenti.

I vetri laterali erano fumé, ma si distinguevano in modo chiaro le sagome e i volti dei giocatori seduti sul lato destro del pullman.


Successe tutto nel giro di pochi istanti. Un ometto dalla voce catarrosa, che allora mi appariva decrepito per la coppola calcata in testa e il dialetto simile a quello di mio nonno, ma poteva benissimo avere un'età fra i cinquanta e i sessanta, si avvicinò al pullman mentre faceva manovra per uscire dal piazzale e gesticolò verso i finestrini, richiamando l'attenzione di qualche giocatore.

- Tri, ve ne fem! - gridò, agitando tre dita di una mano all'indirizzo dei madrileni. - Tri!

Qualche giocatore rise, qualcun altro guardò altrove.


Uno solo lo degnò di attenzione. Lo riconobbi con l'aiuto di mio padre, che lo aveva visto già in tante partite, per la faccia da bravo ragazzo un po' principesca e un po' luciferina, con quei capelli castano chiaro corti ma con una leggera onda e gli occhi chiari, gelidi e furbissimi.

D'altra parte, se l'avevano soprannominato El Buitre (L'Avvoltoio), non poteva essere solo per l'assonanza col suo cognome, e nemmeno soltanto per il fiuto e il tempismo rapace da grande goleador.

Uomo simbolo di un ciclo vincente e di un gruppo di calciatori che sarebbe stato ricordato come “la quinta del Buitre” (“la leva dell'Avvoltoio”), il poco più che ventenne Emilio Butragueño aveva anche la pretesa di vedere nel futuro. Ecco perché sogghignò e, alzando il braccio destro quel tanto che bastava per far spuntare il polsino della camicia bianca dall'impeccabile divisa sociale del Real, annuì con aria indulgente in risposta al tifoso che gli aveva promesso tre gol nella partita di San Siro. Sempre con quel sogghigno demoniaco, fece mulinare nell'aria una mano con l'indice teso, come a dire “dopo” - nella partita di ritorno al Bernabeu, insomma - per poi aprirla e avvicinare il palmo al vetro, agitando tutte e cinque le dita.

Un coro di fischi e ululati accolse quella contro-profezia, e il pullman finalmente si allontanò.


Giusto per riepilogare: avevamo appena avvisato i giocatori del Real Madrid che i nostri gliene avrebbero fatti tre, o per lo meno lo aveva fatto a nome di tutta l'Inter un avanzo delle migliori osterie milanesi, quell'attempato tifoso con la coppola e la voce che raschiava come carta vetrata. Di tutta risposta, una stella del Real e della nazionale spagnola aveva accettato impassibile quella prospettiva, promettendo in cambio di farcene cinque nella gara di Madrid, e dunque eliminarci per il secondo anno di fila dalla semifinale di una coppa che non avevamo mai vinto.


Non era ancora il tempo delle pay tv e delle interviste in mix-zone, e le partite delle squadre italiane nelle coppe europee venivano trasmesse dalla Rai, con l'inconfondibile commento tecnico di Bruno Pizzul, vero e proprio equivalente della madeleine di Proust per gli appassionati di calcio della mia generazione.


A quell'epoca, in casa nostra, si cenava in sala, e solo dopo aver finito di mangiare avevo il permesso di buttarmi sul divano per seguire più comodo e da vicino il resto della partita. Facile, quindi, che mentre Tardelli festeggiava il primo dei suoi due gol di quella sera - tra i pochi decisivi che avrebbe fatto in maglia interista - io fossi ancora seduto a tavola e in parte distratto da qualche rimostranza di mia madre sui compiti o sulla bistecca rimasta pressoché intatta nel mio piatto: ero un bambino che mangiava poco e a rilento, e nemmeno la voglia di guardare più da vicino undici maglie nerazzurre aveva il potere di farmi cambiare passo.


Dopo il grande spavento del gol di Valdano e l'autogol di Salguero, finì 3-1 per noi.

- Hai visto? - dissi a mio padre. - Aveva ragione quel signore, che diceva a Butragueño ve ne facciamo tre. Hai visto? Alla fine gliene abbiamo fatti proprio tre, ci ha azzeccato!

Dopo una smorfia eloquente e qualche secondo di esitazione, in cui dovette chiedersi se fosse il caso di uccidere subito ogni mia speranza o lasciarmi godere i giorni di illusioni che mancavano alla partita di Madrid, lui prese un gran respiro e mi guardò come faceva il medico quando mi doveva prescrivere uno sciroppo schifoso: - Leone - disse - guarda che però il Buitre ha risposto che al ritorno ve ne faranno cinque. Speriamo che non ci azzecchi anche lui.


Inutile dire che al Bernabeu, complici alcune occasioni da gol buttate via e le prevedibili sviste arbitrali a senso unico, avremmo perso 5-1 ai tempi supplementari, e mio padre mi avrebbe stuzzicato a lungo ricordandomi lo sguardo diabolico del numero 7 dei Blancos, mentre agitava le cinque dita nella sua profezia funesta dietro al finestrino del pullman.


Ancora oggi sono convinto che la capacità di prevedere il futuro c'entrasse poco. Mi ripeto piuttosto che la vita dei madridisti, tra le altre cose, deve essere incredibilmente noiosa e povera di emozioni vere, proprio come quella degli juventini.

Altrimenti un po' di colore ce l'avrebbero messo, sia gli uni che gli altri, su quelle dannate maglie.

Matteo Ferrario: Architetto, giornalista e traduttore, ha pubblicato racconti su riviste letterarie e antologie. Il silenzio che rimane è il suo ultimo romanzo. Potete acquistarlo qui.

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