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Nuova Delhi. Tientsin. Rovaniemi di Fioly Bocca


Mi piace scegliere il nome di una città e fare una ricerca per immagini su Google. Una città, una costa, un arcipelago, una catena montuosa. Long Island. Monte Sinai. Cappadocia.

I nomi li trovo nei libri che sto leggendo, quasi sempre romanzi, più raramente sui giornali, oppure apro il vecchio atlante di quando andavo a scuola che sta in un cassetto della cucina. Lo apro a caso, punto il dito a caso. Ouarzazate.


Una volta, da bambina, pensavo che a questa azione – questo puntare un dito a caso su una carta geografica, con gli occhi ben chiusi – sarebbe seguito un viaggio. Sì insomma, sarei diventata ricca abbastanza da potermi permettere questo genere di stravaganze.

Invece no, con il mio lavoro di cassiera al Bennet posso giusto permettermi la connessione internet per cercare le immagini di posti che vorrei vedere – o che immagino di voler vedere perché forse non tutti meritano un viaggio fin là.


Fred, mio marito, mi dice sempre che prima o dopo partiamo.

Nonostante la mia mezza gamba?, chiedo io.

Portiamo anche lei, mi risponde, per farmi ridere.

Portiamo quello che resta. Sono passati sei anni e qualche mese da quel giorno là. Noi lo chiamiamo sempre quel giorno là, il giorno dell’incidente. Il giorno dell’incidente e di tutto il resto. Guidava lui, mio marito, quando il tir ha sbandato e ci ha mandati fuori strada. Io lui la macchina i nostri giacconi scuri i berretti le nostre facce sbigottite e incredule. Tutto dentro il piccolo fossato che costeggiava – e probabilmente costeggia ancora – quel tratto di tangenziale. E un pezzo della mia gamba è rimasto lì. Non proprio, ma insomma. Dopo tre mesi e mezzo tra ospedale e riabilitazione sono tornata a casa con una protesi, per cui è all’incirca come se la mia gamba fosse restata in quel fosso.


Ieri su una rivista che mi arriva per corrispondenza ho letto Fuerteventura. Bè, non ho avuto bisogno di cercare immagini su Fuerteventura perché ci siamo stati laggiù. Eravamo giovani un bel po’ e avevamo nella testa molte più cose di quante si potrebbero realizzare in una sola esistenza, anche avendo fortuna. Inoltre eravamo felicemente ingenui, tanto da pensare che le nostre vite avrebbero marciato scrupolosamente nella direzione in cui le avremmo indirizzate, come diligenti cani al guinzaglio.


Mi ero appena diplomata alle scuole professionali e Fred era stato messo in cassa integrazione dalla fabbrica per cui lavorava. Un periodo felice a metà, ma eravamo così giovani che l’altra metà di felicità ce la mettevamo noi. Avevamo trovato questo volo a un prezzo bassissimo e avevamo deciso di andarcene per un mese. Dormivamo in un vecchio residence a ridosso di una spiaggia brulla, infestata da una specie di alga marrone. Le stanze erano decrepite ma piuttosto pulite e c’erano piante grasse in ogni angolo. Sul tavolo della cucina c’era una cerata coperta di limoni giallissimi e nel bagno i portasaponette erano a forma di conchiglia. Non era un granché, ma il mattino – era giugno – dalle finestre entrava una luce che somigliava alla somma di tutte le luci marine che mi sia mai capitato di vedere. Che poi una luce del genere mica la vedi: la abiti.


Facevamo colazione presto con un pezzo di focaccia bianca dell’alimentari sotto casa, l’unico negozio nel giro di chilometri. Poi salivamo in macchina, un vecchio fuoristrada preso in affitto in un’agenzia a Corralejo, e sceglievamo ogni giorno una direzione diversa. A ovest, a est, a sud. Accendevamo la radio: Alan Jackson, Lou Reed, The Smiths. Ci infilavamo su quelle strade rossastre e butterate e secche per arrivare alle spiagge più piccole e nascoste, incastrate tra muri di roccia o raggiungibili dopo chilometri su distese sabbiose, e non fosse stato per quell’aria frizzante che invadeva l’abitacolo appena abbassato il finestrino, si sarebbe pensato di stare nel deserto.

C’era una spiaggia che mi piaceva moltissimo, aveva intorno bianche case di pescatori, un po’ sghembe, ma c’era un silenzio irreale e un chiosco che serviva le migliori patatas bravas e cozze che io abbia mai assaggiato. Facevamo il bagno nudi e poi ci legavamo un pareo sui costumi asciutti e ci mettevamo lì con le mani unte, le bocche sporche di salsa piccante e salsedine a guardare il mare e parlare del futuro. Futuro. Tre sillabe che si tenevano dentro un’estensione di noi nel mondo: quella fame degli occhi, le nostre orribili manie, i sogni di grandezza, l’ingordigia sciagurata e insaziabile di vita.

Così abbiamo cercato lavoro, e lo abbiamo trovato. Capirai. Io facevo pulizie in un condominio a sei piani. Mi svegliavo che era ancora notte e avanti e indietro per quelle scale, facendo piano per non svegliare i signori rintanati negli appartamenti, per non disturbare il sonno dei loro barboncini addormentati dentro cucce confortevoli più di casa nostra, un bilocale decadente in un paese dormitorio nella cintura di Torino. Scale su scale, le mani bruciate dai detersivi nonostante i guanti di gomma, settecento euro al mese in nero, un rinnovo contrattuale di tre mesi in tre mesi.

A Fred non andava meglio, anzi. Faceva i turni come magazziniere per Amazon, gli contestavano persino il tempo per pisciare e se aveva bisogno di fare una telefonata doveva fingere un malore. La sera, quando non si addormentava secco con la testa sul tavolo dopo cena, si metteva a scrivere. Non mi ha mai detto cosa, precisamente. Però in camera sua ho trovato la biografia di un certo Carver, uno scrittore di racconti che a quanto pare scriveva in macchina di notte, o nei fine settimana, e alla fine ce l’ha fatta, a diventare famoso. E forse ricco.

Ma non era la povertà a spaventarci. Era quella immobilità di due stanze affacciate su una strada sola, le pareti ingrigite senza personalità, le foto di città esotiche e tramonti simili a vampe sul mare strappate ai giornali e appiccicate con lo scotch sopra il frigorifero. Quello ci faceva male. Quel testa a testa continuo tra le ragioni per cui stiamo su questa terra e quei millecinquecento euro in due che bastavano appena per l’affitto, le spese e la benzina per fare avanti e indietro a tracciare un solco tra casa e lavoro. Fred scriveva, riempiva quaderni e poi ribatteva al computer, un vecchio computer che ci aveva regalato suo cugino quando aveva cambiato il suo. Non mi faceva mai leggere niente. Diceva: non è ancora pronto. Non è ancora pronto. Erano passati due anni e mezzo dal viaggio a Fuerteventura e non era mai pronto.

Una sera siamo usciti a cena per il nostro anniversario: un ristorante spagnolo a Torino, a cercare patatas bravas e vino tinto, a battere i bicchieri per dimenticare qualche ora quel bilocale pieno di polvere e sogni irranciditi. Siamo riusciti a scordarci di tutto fino al momento del conto, quando ci siamo accorti che per pagarlo avremmo dovuto rinunciare a fare la spesa per una settimana. È cominciato lì. Dopo che abbiamo preso la decisione – non ricordo nemmeno di chi sia stata l’idea – ho sentito il cuore accelerare come un missile sulla rampa di lancio e schizzarmi fuori da ogni poro. Era estate, va bene, ma mi sudavano persino le ciglia quando mi sono alzata in piedi in quel dehors affollato, ho preso la borsetta fingendo di rispondere al telefonino e parlando parlando nel ricevitore mi sono spostata in direzione della strada, prima lentamente e poi sempre più veloce, il rimbombo dei miei stivaletti sul pavé, le voci dei passanti e lo sferragliare dei tram in lontananza.

Pronto, sì certo, certo che mi ricordo, la sento male, aspetti, parli più forte, non prende bene, aspetti che mi sposto.

Ho raggiunto l’auto a un paio di isolati di distanza e ho aspettato Fred; è arrivato cinque o sei minuti più tardi – eterni – ho messo in moto e siamo partiti, i finestrini abbassati, senza fiatare, veloci, l’aria addosso ci spettinava, ci asciugava il sudore sul collo, sull’attaccatura dei capelli. Nessuno ha parlato fino a quando non siamo arrivati in autostrada. È stato a quel punto che Fred si è messo a ridere. Una risata grassa, a bocca aperta, nata piano dal fondo dello stomaco e deflagrata come un ruggito per contagiare anche me in un ridere a singhiozzo, estenuate come una corsa, come un’infinita partita a tennis.

La notte, nel letto, non riuscivamo a dormire.

Quella è stata la prima volta. La seconda è stata in un supermercato a Pinerolo. Abbiamo portato via poche cose. Uno spazzolino da denti, tre scatolette di tonno, un bagnoschiuma e una piccola toma. Poi c’è stata un’edicola, un fioraio, una panetteria. Abbiamo cominciato a prendere cose che non ci servivano: un segnalibro in legno, un paio di guanti felpati, un botticino di olio essenziale alla lavanda. Forse la cosa ci era un po’ sfuggita di mano.

Una sera Fred stava al tavolo della cucina, scriveva, c’era l’odore del soffritto che avevo preparato per il sugo e una canzone degli Smashing Pumpkins veniva dalla radio. Io stavo stirando i suoi pantaloni da lavoro sulla vecchia asse coperta da una trapuntina azzurra. Gli ho chiesto Perché lo facciamo? Lui ha alzato gli occhi dal foglio, ci ha messo qualche istante. Mi ha guardata con aria interrogativa, mentre abbassava gli occhiali da lettura sul naso. Dico quella roba che facciamo nei negozi. Rubare? Rubare. Ha tolto gli occhiali, ha pulito le lenti con il piccolo panno prelevato dalla custodia. Perché ce lo meritiamo, ha detto. Mi sono sempre chiesta cosa intendesse, ma non ho avuto il coraggio di indagare. Cioè, se sia una cosa buona o cattiva, che ce lo meritiamo. Abbiamo continuato a farlo, comunque, ma il conto in banca era sempre più o meno uguale e quella roba che scriveva Fred seguitava a non essere pronta e ci siamo accorti che le illustrazioni sul frigorifero erano sempre le stesse, che era ancora tutto da raggiungere. Sono stata io, un mattino, a dirgli che così non bastava. Avevo infilato il giaccone e stavo per uscire nell’ultimo straccio di gelido buio prima dell’alba. Fred era appena tornato dal turno di notte, aveva portato con sé l’odore dell’aria quando aspetta la neve, e adesso si stava scaldando qualcosa da mettere nello stomaco. Avevo già una mano alla maniglia e gli occhi ancora gonfi, la bocca impastata quando ho detto: Però così non basta.

Lui ha rimesso in frigo il cartone del latte ed è rimasto in piedi a guardarmi mentre la foto di una spiaggia di Bali ondeggiava leggermente. Già, ha detto. Così non basta proprio.

Quel pomeriggio, quando sono rincasata, abbiamo cominciato a parlarne. Prima come di un’ipotesi lontanissima, una cosa così, tanto per dire. Poi abbiamo iniziato a immaginare i dettagli, ma come fosse un gioco, uno di quei giochi da tavolo in cui devi mettere insieme piccoli indizi per trovare il colpevole. Solo che noi si partiva dal colpevole. Non ci è voluto molto tempo per capire che ci avremmo provato sul serio. Abbiamo cominciato a cercare il luogo e il modo, con la perizia di un chimico che sperimenti un nuovo composto. Ogni tanto Fred mi chiedeva – ma a dire il vero era a sé stesso che chiedeva – Ma siamo proprio sicuri? Io non dicevo niente e prendevo l’atlante che tenevamo sempre in uno dei cassetti tra il forno e il lavandino. Lo tiravo fuori, lo aprivo a caso. Puntavo il dito. Lago di Bled. Istanbul. E la smettevamo di farci domande.

Il giorno in cui è successo tutto era un martedì di febbraio. Carnevale era vicino e ci eravamo comprati due maschere in un’edicola dentro un centro commerciale. La mia era da Minnie e quella di Fred era la faccia di un supereroe, mi sembra Batman, ma non sono sicura. Quel mattino faceva freddo, moltissimo freddo, le strade erano bianche come avesse nevicato, un po’ per la galaverna e un po’ per il sale che avevano sparso a sciogliere il ghiaccio. Abbiamo scelto un piccolo negozio di alimentari in periferia con un discreto giro di affari. Ci serviva per fare qualche soldo, naturalmente, ma anche come allenamento per imprese più interessanti. Lo avevamo studiato parecchio. Gli orari di punta, il via vai giornaliero, il tipo di clientela, le abitudini dei proprietari (una coppia di anziani, aiutati da un ragazzo di colore solo negli orari più frequentati).

Siamo entrati all’ora di apertura, pochi istanti dopo l’alzata della saracinesca, quando nel locale era presente solo il proprietario, un tipo magro e spigoloso, con una barba rada e grigiastra come la neve sporca. In strada non c’era anima viva, a esclusione, in lontananza, di una vecchia che portava a spasso un bassotto. Siamo entrati a testa bassa e Fred ha estratto la pistola giocattolo e con quella abbiamo indicato la cassa, senza dire una parola. L’uomo ha sbarrato gli occhi. Non dimenticherò tanto facilmente quell’espressione; mi piacerebbe dimenticarla, ma non ci riesco – è strano come ci restino incollate addosso le cose che vorremmo cancellare. Ha spalancato gli occhi, ha scosso il capo, in silenzio, con un’aria di supplica, come a dire Per favore. Ma senza fare un suono. Ci ha aiutati, in quel senso. Ha fatto un passo in direzione della cassa, ha urtato con il braccio lo scaffale con le confezioni di caramelle e lecca-lecca che sono rotolate a terra, e subito dopo si è portato una mano sotto alla gola.

Lì tutto ha cominciato a muoversi al rallentatore, come fossimo sott’acqua, ma io non ricordo bene cosa sia successo, ho nella testa una serie di fotogrammi che non so rimettere nella corretta sequenza. Ricordo il corpo di quell’uomo che ha cominciato lentamente a scendere verso il pavimento, ad accasciarsi su sé stesso, a insaccarsi un pezzo dentro l’altro. Ho guardato Fred, la sua faccia da Batman – era Batman, senza ombra di dubbio – ma non riuscivo a muovermi, non potevo far altro che restare ferma a spiare quello che stava accadendo attraverso quei due buchi nel cartone, come osservassi da lontano qualcosa che in fondo non mi riguardava affatto. Fred mi ha tirata per un braccio e l’attimo dopo eravamo fuori, le maschere sul marciapiedi nel bianco, mentre il resto di noi correva verso la macchina parcheggiata lì vicino e poi via di nuovo, verso la tangenziale, sulla tangenziale. Erano passati circa cinque minuti – cinque minuti in cui si sentiva soltanto la portata dei nostri affannati respiri e il rumore delle ruote sull’asfalto – quando Fred, senza preavviso, ha fatto una brusca e pericolosa inversione a U. Istintivamente ho teso le braccia in avanti verso il cruscotto.

Ti sei ammattito, ho chiesto, ed erano le prime parole da quel mattino, quando prima che albeggiasse ci siamo svegliati e abbiamo fatto l’amore e poi io ho detto Ti faccio il caffè, e lui ha detto Sì, e poi nessuno ha detto più niente – tutto quello che è successo in strada e poi al negozio ha avuto come colonna sonora soltanto il tamburo dei nostri cuori dentro le orecchie. Invece adesso ho urlato Ti sei ammattito e lui ha urlato No, cazzo. Che cosa… dove stiamo andando? Non ci ha visti nessuno, dove stiamo andando, ho urlato. So fare il massaggio cardiaco, ha detto Fred. Io lo so fare. Sarà già arrivato qualcuno, ho detto io, ho battuto un pugno contro la portiera, cazzo Fred, sarà già arrivato qualcuno. Io credo di no, ha detto lui, e sapevo che aveva ragione, che la moglie avrebbe tardato ancora un’ora, forse due, e che era presto per i primi clienti. Magari è morto, ho pensato, ma non l’ho detto, mi sono aggrappata alla maniglia sopra il finestrino e non ho detto più niente. Sono state le nostre ultime parole per parecchio tempo, quelle – abbiamo parlato ben poco quel giorno, a pensarci bene. Perché poi è sbucato il tir, e la cosa buffa è che la colpa non è stata di Fred, ma dell’autista del tir che ha avuto un colpo di sonno; aveva guidato tutta la notte dopo essere partito da Colonia con un carico di latticini, e a un certo punto i suoi occhi si sono chiusi, con dolcezza, con tutta la dolcezza di cui è capace il sonno – una mano calda e rassicurante sulle palpebre – e quel bestione ha invaso la nostra corsia. Il resto l’ho già raccontato, più o meno. Mi sono svegliata in ospedale con qualcosa in meno della gamba che avevo. In un altro ospedale intanto avevano ricoverato l’uomo del negozio con un infarto in corso, ma l’ho scoperto parecchio tempo dopo. Era stata la vecchia col cane a chiamare i soccorsi: il bassotto aveva finito i croccantini. L’uomo si è salvato, ci siamo salvati entrambi, il che è come dire che poteva andare peggio, no? Fred non si è fatto quasi niente e ha passato le settimane seguenti con me in clinica, ad aiutarmi con la riabilitazione. Ogni volta che mi addormentavo, lui tirava fuori il quaderno e si metteva a scrivere. Quando mi svegliavo lo trovavo appoggiato al mio letto, la schiena piegata in due, la biro in mano. Visto che le rapine non ci vengono bene, diceva, e cercava di sorridere. Una volta ho sbriciato su quel quaderno, una volta che era uscito a prendersi un panino. C’era una bella frase: La compassione è la luce di una torcia in una foresta buia. Non ho capito esattamente cosa significasse ma l’ho trovata bella.

Sono passati sei anni e lui ancora scrive, ma non tutti i giorni, solo una volta ogni tanto, e ancora mi dice che prima o poi partiamo. Nel frattempo ho trovato un posto come cassiera al Bennet, me lo hanno dato perché sono svantaggiata, come mi chiamano loro. Ogni volta che sono in pausa, apro Google e faccio le mie ricerche per immagini. Nuova Delhi. Tientsin. Rovaniemi. Le immagini incollate al frigo si sono staccate – lo scotch era vecchio – ma prima o poi ne attaccheremo delle altre.

Fioly Bocca è nata nel 1975 a Torino e vive in Monferrato con i suoi due bambini e il compagno, insieme a cani, gatti, galline e cavalli. Laureata in lettere moderne, lavora a Torino in un consorzio informatico. Ama leggere, viaggiare, leggere viaggiando e viceversa, fare yoga, ricordare i sogni al mattino, ricevere lettere, molte persone e le patatas bravas con salsa piccante. Ha pubblicato Ovunque tu sarai (2015), L’emozione in ogni passo (2016) e Un luogo a cui tornare (2017) con Giunti Editore; “La misura” in Lettere alla madre (2018) con Morellini Editore (AA.VV.). I suoi romanzi sono tradotti in cinque lingue. Da anni cura il blog www.bbodo.it.


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