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Le furbizie di Urbicio di Galatea Vaglio

Cortile del Delphax, palazzo imperiale, pomeriggio del 10 aprile 491

“Non possiamo continuare così, non caviamo un ragno dal buco!”

Il Prefetto del Pretorio, Dioscoro, massima autorità ora che l’imperatore è morto e il successore non è ancora stato scelto, si gratta il capo calvo, perplesso ed esasperato, e guarda ad Urbicio, sperando che l’eunuco gli suggerisca una soluzione. Una qualsiasi.


Il cortile del Delfax, il grande portico a cielo aperto dove il senato di Costantinopoli si riunisce quando ci sono sessioni di emergenza, è stipato di gente che ciondola e parla senza costrutto. I senatori di Costantinopoli riempiono ogni spazio, sono sugli scranni, ma anche appoggiati ai muri, riuniti in campanelli, seduti sui rientri delle colonne. Più che una seduta del più importante consesso del mondo, sembra un mercato rionale, in cui tutti parlano, si salutano, confabulano.


Sono un insieme difficile da governare, i senatori: ambiziosi, capricciosi, spesso inconcludenti, però sottili e smaliziati, pur avendo spesso un potere solo formale, in talune circostanze, come in questa, possono diventare gli arbitri della situazione. Pertanto vanno trattati con cautela, mantenendo un difficile equilibrio per riuscire a manovrarli lasciando loro l’impressione di condurre sempre il gioco. Bisogna lavorare d’astuzia, volgendo a proprio favore tutte le debolezze dell’animo umano: avidità, superbia, pressappochismo, pigrizia. Urbicio da anni sa quali corde toccare e quando, con ognuno di loro. La sua carica di praeposito del sacro cubicolo prevede sì di occuparsi dell’etichetta di corte, ma soprattutto di saper manipolare perfettamente gli uomini perché tutto fili liscio secondo i piani dell’imperatore. Che poi, quasi sempre, sono quelli che a Urbicio stesso ha stilato per lui.


Da diverse ore la seduta procede a singhiozzo. Ogni tanto qualche senatore, di solito un vecchio trombone noioso, inizia a declamare un discorso ampolloso in cui invita tutti i colleghi a indicare il nome più adatto per il trono. I colleghi applaudono convinti, poi si guardano perplessi, cominciano a parlottare fra loro e la seduta ricade nel caos. Perché in realtà nessuno in quella sala ha un nome o la benché minima idea di come uscire dall’impasse.


“Calmati,non c’è niente che possiamo fare. Nessuno ha un candidato spendibile. Ci vorranno giorni perché le fazioni si accordino...”

Urbicio, seduto al centro della sala, non finge nemmeno di voler sedare la confusione. Barricato dietro una pila di codici e di carte, sta in realtà solo guadagnando tempo, in attesa che Ariadne e Anastasio gli mandino un segnale.


Improvvisamente, dal fondo del colonnato emerge un capannello di nuovi venuti. Non sono senatori: sono il patriarca a Eufemio e la sua scorta di chierici, accompagnati da Giustino e dai suoi soldati. Urbicio rizza il collo, scruta il volto del patriarca, che è torvo ma indecifrabile. Poi coglie un cenno veloce di Giustino: un piccolo ammicco, come a dire: tutto è compiuto.


L’eunuco si alza, fa un rapido inchino invitando il patriarca a prendere posto accanto a lui, poi si schiarisce la voce: “Nobilissimi senatori, venerabile patriarca, credo di interpretare il pensiero di tutti prendendo atto che in questa giornata noi abbiamo dibattuto a fondo, ma senza venire a capo di nulla. Stasera le esequie di Zenone, nostro imperatore di divina sorte, saranno concluse, e non possiamo lasciare più a lungo l’impero senza una guida. È nostro compito trovarla, per il bene nostro e per ottemperare alla volontà di nostro signore, come anche il venerabile patriarca Eufemio conferma.”


Eufemio, con una leggera smorfia, fa un cenno di capo silenzioso. Un brusio incerto si diffonde fra i senatori.

“Vi invito quindi ad approvare la mia proposta. Giacché noi non siamo in grado di indicare un nome e un candidato per il trono, propongo che la scelta sia affidata a chi è più vicino di noi al volere di Dio e più esperto nella conduzione dell’impero. All’imperatrice Ariadne, di cui tutti conosciamo le doti di esperienza politica, saggezza e bontà. Chi meglio di lei, nata nella porpora, benedetta da Dio e da lui scelta come Augusta potrebbe essere più adatta? Vi chiedo quindi di votare una mozione perché sia lei a scegliere il nostro nuovo imperatore. Con il beneplacito del venerabile patriarca Eufemio, ovviamente.”


Il brusio sale. Dioscoro stesso per un attimo è spiazzato. Ma basta il silenzio del patriarca e l’espressione decisa di Giustino a trattenerlo dall’avanzare qualsiasi protesta.

I senatori si guardano l’un l’altro, incerti, poi dal fondo della sala inizia un timido applauso che piano piano si gonfia e coinvolge tutti. La proposta viene approvata all’unanimità, e molti arrivano persino a congratularsi con il l’eunuco Urbicio per la trovata.


Urbicio tira un sospiro di sollievo. In fondo, si dice, anche gli uomini più cavillosi e ambiziosi quando non sanno che pesci pigliare vogliono una sola cosa: qualcuno, come lui, che li levi dalle peste.

Il patto è siglato. Il potere è loro. La coppia imperiale può finalmente celebrare la sua vittoria. Ma restano delle ombre su una carica acquisita a prezzo di grandi compromessi...


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Galatea Vaglio: Insegnante, collabora con L'Espresso e cura il blog Il Nuovo Mondo di Galatea. Il suo ultimo libro è Teodora. La figlia del Circo, potete acquistarlo qui.

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