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Il popolo del Circo di Galatea Vaglio

Aggiornato il: lug 6

Ippodromo di Costantinopoli, 10 aprile 491

Quarantamila. Quarantamila persone, assiepate sugli spalti, che attendono, silenziose. Quarantamila uomini stipati sulle gradinate di legno, da cui di solito assistono alle gare di carri, divisi nei vari settori che sono sorvegliati dal servizio d’ordine delle due principali fazioni, i Verdi e gli Azzurri. Che sono ben più che due scuderie addette ad occuparsi della organizzazione delle gare: sono l’anima della città, e la sua colonna vertebrale.


Nulla a Costantinopoli avviene senza il loro esplicito consenso e il loro appoggio. Sono gli uomini delle fazioni che tengono sotto controllo con le loro ronde notturne i quartieri più malfamati, isolano gli scalmanati, distribuiscono pane e aiuto alle famiglie più povere, trovano lavoro ai loro sodali, organizzano spettacoli, feste pubbliche, si allertano in caso di epidemie e di rivolte. E sono loro che devono approvare con le loro grida di giubilo il nome del nuovo imperatore, proposto di solito dal senato, ma non sempre.


Stavolta, infatti, a convocarli all’ippodromo non è stato il senato, ma l’imperatrice. Nella notte suoi uomini fidati hanno contattato i referenti di azzurri e verdi, comunicando loro di riunire tutti nel Circo, perché l’imperatrice avrebbe parlato di persona, con loro. E tutti hanno risposto alla chiamata, se non altro perché è raro vedere una donna che si mostra in pubblico e tiene un discorso. Ma l’imperatrice è l’imperatrice, e tutti sanno che è ciò che vale per le altre donne non può valere per Ariadne, nata nella porpora, figlia di Leone l’Isaurico, vedova di Zenone, Augusta dell’impero d’Oriente e scelta da Dio per guidarli.

“Siete pronti?”


La voce di Ariadne è calma, non tradisce nessuna emozione. Anastasio guarda ammirato la naturalezza con cui indossa i pesanti paramenti ufficiali, la corona di perle e piume di pavone, il manto di porpora, la clamide, i gioielli intarsiati di gemme di placche d’oro. Come se non le pesassero perché le insegne del potere le sono connaturate, fanno parte di lei come la sua pelle di alabastro, i capelli neri come l’ebano, la postura ritta come quella di un armoniosa statua antica. Perché, pensa Anastasio, ci sono tante che diventano imperatrici, mentre lei lo è, in ogni sua fibra. Persino nei loro risvegli segreti alla mattina, quando la vede aprire gli occhi accanto a lui, nel letto, le chiome scarmigliate sul cuscino, gli occhi neri velati ancora dal sonno, il capo appoggiato sulla spalla di lui, lei è una regina e lui il suo umile schiavo. Chi crede che sia stato lui a sedurla per impadronirsi del potere non conosce la forza straordinaria di Ariadne, la sua intelligenza sottile, il suo fascino: non è mai stato lui il seduttore: lui è sempre e irrimediabilmente il sedotto.


Il corteo si muove. Le pesanti tende che chiudono il Katisma, il palco reale da cui l’imperatore e la corte seguono i giochi del Circo e parlano al pubblico, si alzano. Il patriarca di Costantinopoli, i preposti, i militari della scorta guidati da Giustino e Urbicio prendono posto al fianco dell’imperatrice distinti in due ali: i militari a destra, i civili a sinistra. Anastasio è accanto a lei, ma nascosto fra le seconde file. Non è bene che il popolo lo veda troppo presto, e che circolino pettegolezzi sul loro legame.

Un boato la accoglie, quarantamila bocche gridano:

“Kyrie eleison, kyrie eleison, molti anni all’Augusta!”

Non sono parole a caso. Anastasio ha preso contatti durante la notte con i capi delle fazioni, per concordare gli slogan che i loro uomini devono gridare per trascinare tutto l’ippodromo e convincere i più tiepidi e i più renitenti. Ariadne conosce benissimo il meccanismo. Difatti aspetta che le urla si plachino, poi alza una mano, ieratica, chiedendo il silenzio e solo quando questo cade sul Circo inizia a parlare.


“È generoso da parte vostra mostravi in queste tristi circostanze così fedeli alla dignità imperiale e a me. Ve ne ringrazio. L'impero ha bisogno di un imperatore, ed è mio compito assicurarmi che sia eletto l’uomo migliore, che possa guidarci con saggezza e acume attraverso le prove che Dio vorrà inviarci.”

Un cenno veloce di Anastasio e dagli spalti erompono nuove grida: “Augusta, vinci, vinci! L’impero è tuo, dacci un nuovo imperatore!”

Ariadne annuisce: “Per questo ho predisposto che il Senato si riunisca insieme all’esercito perché questo uomo possa venire scelto nel più breve tempo possibile e con il concorso di tutti. L'assemblea è quindi convocata, e vi parteciperanno i membri del senato, dell’esercito e anche il venerabile patriarca di Costantinopoli, Eufemio, che vedete qui al mio fianco.”


Il patriarca Eufemio, fino a quel momento immobile al fianco dell’imperatrice, fa un piccolissimo passo avanti, quasi impercettibile. Anastasio ne rimane stupito. Non fa parte dell’etichetta: sul palco imperiale i dignitari devono stare immobili, per evitare di poter dare ombra all’imperatore: è uno strappo alla regola, impossibile che Eufemio non se ne renda conto. Ne capisce però immediatamente il senso quando sente dal quadrato est del Circo salire un grido che non è stato concordato: “Kyrie eleison, Augusta! Da’ un sovrano ortodosso all’impero!”


Moneta di Anastasio Dicoro

Figlio di puttana, pensa Anastasio. La mossa era un cenno a uomini suoi, che il patriarca ha infiltrato fra la folla. Un sovrano ortodosso. Anastasio sa che quella è una frecciata destinata a lui. A Costantinopoli tutti conoscono le sue simpatie per il monofisitismo, la corrente che crede che a Cristo abbia solo la natura divina e non umana. Che dai cattolici seguaci del Concilio di a Calcedonia, come è Eufemio, è considerata una eresia.

Ariadne anche ha capito. Glielo legge nel lampo che vede passare nei suoi occhi. Ma è l’imperatrice nata nella porpora, abituata a non perdere mai il controllo e a non cedere alle provocazioni. Così alza ancora la mano per chiedere silenzio che il popolo del Circo prontamente le concede.


“Sarà scelto di fronte ai santi Vangeli, e sarà un uomo con l'animo puro e rivolto soltanto al Signore Iddio. Noi qui dobbiamo garantire la salvezza dell'intero mondo, non solo delle nostre anime o delle nostre vite. E mentre verrano prese le deliberazioni da chi è preposto a farlo, qui verranno svolte le esequie di Zenone, mio marito, che merita un degno commiato da parte di tutti noi. Andate in pace, ora, e abbiate fiducia, nessuna decisione sarà presa con leggerezza!”


Il corteo si mette in fila per uscire. Il patriarca Eufemio china appena appena la testa passando accanto all’imperatrice e dedica ad Anastasio un sorriso beffardo. Ariadne non replica in alcun modo, ed esce, maestosa, imperturbabile, regale. Solo quando entra nella saletta privata dell’Augusteion, con un cenno congeda tutti tranne Urbicio, Giustino e Anastasio.


“Voglio che tu controlli i lavori del Senato - ordina all’eunuco - e che ti accerti che non venga tirato fuori alcun candidato serio. Se dovesse emergere qualcuno, affossalo, con qualsiasi mezzo.”

Urbicio annuisce: “Certo, domina… ma Eufemio? Come lo neutralizziamo?”

“È compito mio. Fate arrivare al patriarca questo messaggio. Lo voglio incontrare, da sola. Fra un’ora nei miei appartamenti. Giustino, fai in modo che accetti. Con le buone o con le cattive, se serve.”

Sembra fatta. Anastasio è vicinissimo a guadagnarsi la nomina d imperatore. Ma c’è un problema. Il patriarca di Costantinopoli lo continua ad avversare perché lo considera un pericoloso eretico. Come costringerlo a venire a patti?


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Galatea Vaglio: Insegnante, collabora con L'Espresso e cura il blog Il Nuovo Mondo di Galatea. Il suo ultimo libro è Teodora. La figlia del Circo, potete acquistarlo qui.

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