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Il trono di Costantinopoli di Galatea Vaglio

Aggiornato il: giu 17

Nel 491 d.C. a Costantinopoli l’imperatore Zenone improvvisamente è colpito da un ictus. La corte è nel caos perché non vi sono legittimi successori. La moglie di Zenone, l'imperatrice Ariadne, si trova così coinvolta in una trama politica complicata per salvare il suo potere e mettere sul trono di Bisanzio l’uomo che da sempre ama: Anastasio Dicoro.

Un omicidio imperiale

Costantinopoli, Palazzo reale, stanze dell’imperatrice, notte del 9 aprile 491 d.C.

Domina, l’imperatore Zenone è entrato in agonia. Pare che non supererà la nottata.”

Le parole di Anastasio Dicoro risuonano nel silenzio pesante degli appartamenti dell’imperatrice. Restano sospese a mezz’aria, nella luce tremula che si riflette sul pavimento e dona vita alle preziose tessere multicolori dei mosaici, raffiguranti un magnifico prato fiorito.


L’imperatrice Ariadne li guarda, segue l’intreccio dei disegni raffinati, i tralci di vite, le volute degli arbusti, le sagome degli uccelli colte dall’artista nel momento preciso in cui stanno per spiccare il volo. Conosce a memoria tutti i particolari di quella raffigurazione, perché l’ha guardata ogni giorno, fin da bambina. Uno dei vantaggi di nascere nella porpora è quello di crescere circondati dalle meravigliose opere d’arte del sacro palazzo, che dai tempi di Costantino ospita la famiglia regnante. Forse è il solo vantaggio, chiosa l’imperatrice fra sé e sé.

“Non voglio vederlo.” sospira.


Anastasio Dicoro, funzionario di corte e segretario personale dell’imperatrice, le si accosta. È un bell’uomo, alto, distinto, dai lineamenti fini, il naso diritto, gli occhi chiari di un colore indefinibile perché le due pupille appaiono diverse fra loro, una azzurra, l’altra di un grigio scuro, quasi nero, simile ad un cielo nuvoloso. Prende le mani di lei fra le sue, poi con un dito le sfiora il mento, costringendola a guardarlo.


“Il Senato e la corte sono in subbuglio. Non hanno idea di cosa fare. Nessuno si aspettava che avesse questo collasso improvviso, e…”

“E non c’è nessun erede designato, visto che nostro figlio è morto.” Conclude lei, in tono amaro.

Anastasio annuisce: “Ariadne, ti prego, devi andare da lui.”

“Ovviamente. È il mio dovere. E il mio ruolo. Lui è mio marito, e io sono l’imperatrice. Questo palazzo e questa città sono miei. Spetta a me decidere come procedere.” Scandisce, determinata.

“Chiama la mia scorta, voglio che mi accompagnino subito nei suoi appartamenti.” ordina.

Poi si avvicina al volto di Anastasio, e lo bacia.

Notte del 9 aprile 491, appartamenti dell’imperatore.

“Uscite. Tutti. Voglio restare sola con mio marito.”

La litania di preghiere biascicate dal gruppo dei monaci accanto al capezzale cessa di colpo. Il patriarca Eufemio alza il capo e fissa l’imperatrice, basito.Tutti, nella stanza, si guardano perplessi, non sapendo come reagire, e guardano l’eunuco Urbicio, che, essendo il praefectus sacri cubicoli, è l’unico a poter mettere bocca sulla questioni di etichetta.

“Domina…” cerca infatti di dire, con il tono diplomatico che gli è proprio,quando deve affrontare una crisi.

Ma Giustino, il comandante delle guardie, un mastino avvezzo a obbedire agli ordini imperiali, lo interrompe: “Avete sentito l’Augusta? - tuona - Tutti fuori!”


Valva raffigurante Ariadne (Kunsthistorisches Museum)

Ariadne nemmeno prende in considerazione il trambusto creato. Si limita con la mano ad indicare la porta. Urbicio arrossisce. Ha troppa esperienza per non capire che non è il caso di insistere.Fa un cenno di assenso, e poi, senza più osare replicare, con grandi gesti costringe tutti a lasciare la stanza.


Ariadne si accosta al letto. Zenone è disteso, immobile, avvolto in un grumo di coperte preziose. Ha gli occhi aperti, vuoti, e la bocca tirata in un orribile ghigno. Lo hanno trovato così, poche ore prima, disteso sul pavimento della camera. Un colpo apoplettico, ha decretato il medico di corte. Non ha più ripreso conoscenza da allora. Non parla, probabilmente non sente, respira con fatica, appena.


La moglie lo guarda, a lungo, in silenzio. Non è mai stato bello, o piacente, Zenone. Il suo aspetto era coerente con la sua natura: un tagliagole barbaro venuto dalle montagne dell’Isauria, dove i fanciulli imparano a sgozzare i nemici ancora prima che a camminare.


Non lo ha mai amato, Ariadne. Suo padre, Leone Isaurico, anche lui originario di quella regione, l’ha costretta a sposarlo. Del resto, non aveva figli maschi a cui lasciare il trono, e quel genero gli avrebbe garantito di poter fondare una dinastia. Attraverso di lei, Ariadne, la sua figlia primogenita e preferita.


Un tramite per il potere: questo è stata per quei due uomini: un mezzo. Un attrezzo, come i ramaioli e le pentole che i cuochi usano in cucina, o le tenaglie dei fabbri nelle officine. Generata nella porpora, come principessa il suo destino era rimanere un’ancella del potere. Al fianco del padre, del marito e un domani del figlio, il piccolo Leone.


Lo ha però amato tanto, quel piccino, frutto delle sue viscere. Era un bimbo silenzioso e poco paffuto, che rideva poco, mangiava poco, e piangeva molto. I medici di corte non avevano saputo dirle cosa non andasse in lui. Avevano parlato di una qualche debolezza congenita, nel sangue, che lo rendeva fragile, pallido, malaticcio. Il nonno lo aveva nominato comunque suo erede. Zenone, invece, dopo avergli dato un’occhiata il giorno del parto, con la sua brutale mentalità barbara aveva capito che quel figlio non sarebbe mai arrivato alla maggiore età, e se ne era disinteressato. Mai un bacio, mai una coccola, una carezza. Quel neonato imperfetto pareva dargli fastidio, come se la debolezza della sua prole gli rinfacciasse la sua incapacità di essere davvero accettato all’interno della famiglia imperiale, ribadisse il suo essere un selvaggio infiltrato neppure in grado di portare a termine l’unico compito davvero importante: fornire al trono un erede.


Lei no. Lei era la madre. A quel piccino aveva voluto tutto il bene del mondo. Aveva deciso di tenerlo in vita a dispetto di tutto e tutti. Aveva fatto venire a Costantinopoli i migliori medici, tentato ogni cosa. Aveva passato le notti e i giorni a imboccarlo, accudirlo, vegliarlo. Era stato inutile. Il suo piccino si era spento presto, senza neppure lamentarsi perché troppo debole persino per quello.


“Ne avremo altri.” Aveva detto Zenone, quando gli era stato comunicato. Senza una lacrima. Senza un rimorso.

E lei aveva deciso di vendicarsi nell’unico modo possibile, Il suo ruolo era essere un tramite per il potere. Bene, ha deciso scientemente di trasformarsi in un ramo secco, senza frutti. Si è negata al marito, per sempre, trasformando anche lui in un ramo secco e inutile.

“No, non ne hai avuti altri, di eredi, maledetto. E adesso non ne avrai mai più.”

Lo guarda, così immobile, orribile, deforme. Morirà così, solo e rattrappito.

La sua vendetta è consumata.
Mosaico sull’ippodromo di Costantinopoli

Un rantolo, all’improvviso. Dal profondo della gola di Zenone. Ariadne si scosta dal capezzale, terrorizzata. Non è possibile. I medici sono stati chiari: è in agonia. È solo questione di tempo, poco, prima che muoia. Si avvicina, con cautela. Si china su di lui, accosta la guancia al suo petto, per auscultarlo. Sente il suo respiro, cavernoso. E insieme al respiro un altro suono, una specie di lamento sordo, come un eco di vita che non vuole spegnersi e spinge per emergere dal profondo. Si ritirae, inorridita. Lo conosce, Zenone. Più di ogni altro essere umano al mondo. Conosce la sua forza disperata, la sua cocciutaggine, la sua determinazione. È sempre stato capace di tutto. Già due volte ha perso il trono, è dovuto scappare da a Costantinopoli, braccato, messo all’angolo, mentre tutti lo davano per finito. Anche stavolta potrebbe essere in grado di smentire tutti i pronostici, e i medici, riprendersi, ritornare a regnare. Ritornare dall’inferno, per spingervi lei, costretta a vederlo di nuovo in salute, e al potere.

No. Non può permetterlo. Non può sopportarlo. Non può accettare che lui ritorni alla vita, mentre il loro figlio rimane per sempre fra i morti.


Le sue mani scorrono veloci sul letto, afferrano uno dei cuscini, lo premono sul volto di Zenone. Ariadne lo tiene fermo lì, sopra la bocca, finché non sente quel terribile lamento che si affievolisce poco a poco, si placa, scompare. Il corpo di Zenone non emette più alcun suono, e non respira. Ariadne alza il cuscino, fissa il volto del marito, ripone il cuscino di lato, fra gli altri. Poi attraversa la stanza, apre la porta serrata. Di fronte si ritrova la piccola folla che ha cacciato pochi minuti prima.


“L’imperatore è morto.” Annuncia.

Tutti mormorano. Il patriarca si fa il segno della croce, e poi domanda, con voce incerta: “In grazia di Dio?”

Ariadne annuisce: “Certo, come meritava.”

Dopo la morte di Zenone, è necessario trovare in fretta un successore per il trono di Costantinopoli. Ma la coppia imperiale non ha eredi e trovare un nuovo imperatore potrebbe essere più difficile del previsto...

Galatea Vaglio: Insegnante, collabora con L'Espresso e cura il blog Il Nuovo Mondo di Galatea. Il suo ultimo libro è Teodora. La figlia del Circo, potete acquistarlo qui.

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