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I lavoratori e il mago di Luigi La Rosa

Aggiornato il: lug 9


Tre piallatori di parquet, le schiene curve, feline, percorse da bave di luce. Un deserto di trucioli e segature. La tensione dei corpi stanchi, mossi dal duro lavoro. Parigi, il precipitare lento del pomeriggio. Una finestra.


Poi è un imbianchino giovane, poco più che ventenne, la paglietta sul capo a ripararsi dal sole di mezzogiorno.

La scala di legno aperta sulla vetrina davanti alla quale, nel lungo grembiule dei lavoranti, il giovane è intento a meditare. Chissà quali strani pensieri prendono forma in quella fissità statuaria. Chissà. Forse una passione che sta morendo. O un sogno. Alle sue spalle, senza interromperlo o parlare, un collega più anziano. Sono fermi nell’aria. Sembrano fatti di uno strano cristallo.


Lui è lì, dietro di loro. L’hanno chiamato mago, pazzo, capriccioso. Bizzarro lo è di sicuro, e profondo, come gli occhi grigi che vibreranno domani nei tormentati autoritratti.


Lui ignora ogni giudizio, e insegue, instancabile, silenzioso come il vento che in questa Parigi ormai estiva si leva talvolta all’improvviso. O come le brezze di luglio, quando s’introducono e brontolano col loro ronzio d’apocalisse.


Ha spiato i gesti dei raboteur, dei solidi piallatori di casa sua. Poi è sceso sul boulevard, a studiare i movimenti degli uomini fermi davanti all’atelier. S’è fatto leggero, è divenuto spettro, aria senza forma, per sorvolare sui giardinieri di Yerres, sui loro piedi nudi, diafani, sulla loro giovinezza provata, curva a innaffiare cespi di lattughe nell’orto, i calzoncini al ginocchio.


Ha il potere di non farsi notare. Sembra invisibile. Per questo lo definiscono Mago, illusionista. Per la capacità che ha di giungere, senza preannuncio, e di essere lì dove qualcosa si compie, qualcosa d’importante, qualcosa che ha la potenza di fermare il tempo.


Il suo volo ha la levità delle stagioni, ed è di nuovo l’autunno greve, l’ottobre grigio-viola o il novembre febbrile di un malinconico pomeriggio parigino. Uno come tanti. Lui è di nuovo lì, nel rantolare delle carrozze, e osserva senza scomporsi come lo spettatore di un teatro sul finire dell’opera.


Le coppie fuggono via sotto gli ombrelli. Il temporale grava sulla città. Qualche vettura si allontana, un uomo solo, mosso da un dolore, fugge via col capo riverso. Ancora poche gocce di cielo riverberano sul selciato consunto. È in esso che sembra annidarsi l’umore fatale del secolo.


Ed è su quella pietra che il Mago muove i suoi passi da levriero. Passi leggeri, di un velluto senza musica. I passi di un pittore di nome Gustave Caillebotte.

Luigi La Rosa, giornalista e scrittore, è docente di scrittura creativa e autore di molti romanzi. Di recente ha pubblicato L'uomo senza inverno, biografia romanzata di Gustave Caillebotte. Potete acquistarlo qui.

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