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Il Navarro che, come nessuno, raccontò quei giorni | Piero Trellini

Aggiornamento: 22 dic 2022


Ti avevo detto che 74 era il minuto del terzo gol di Rossi contro il Brasile. Era l’età che festeggiavi quel giorno. Non potevo sapere che fosse il tuo ultimo compleanno. E non lo sapevi nemmeno tu. Ci piacevano i numeri. E quel numero, purtroppo, avrebbe racchiuso gli anni della tua vita. “Passare un altro po’ di tempo con Paolo – avevi risposto - mi dà una bella sensazione. Spero di fare un gol al 90’, ma in fondo va benissimo così”. Poi, un mese fa, mi avevi detto una frase alla quale ho pensato molto e che ho capito solo oggi. “Vediamoci una sera, altrimenti resteremo sempre col dubbio di chi siamo davvero”.


Chiunque desiderava trascorrere con te una serata. Eri il miglior commensale che si potesse desiderare. Un conversatore eccezionale. Dentro una tua chiacchiera c’era ogni sorta di genere e di materia. Filosofia, tecnica, sociologia, epica, umorismo. La retorica solo quado serviva. Non ho mai creduto di dover sapere altro che ti riguardasse. Avevo sempre amato ogni cosa di te. Quel tuo modo malinconico di parlare di calcio nel quale mi ci ritrovavo. C’era soprattutto la storia dietro ogni tuo racconto. Anche quando non era dichiarata. E dunque la fuggevolezza. L’istante irripetibile che non ritorna.

Non usavi mai frasi astratte. Perché non ne avevi bisogno. La tua testa era piena di immagini, di uomini, di storie. Prendevi singoli frammenti, li facevi vedere con i tuoi occhi. E questo arriva sempre al cuore. Sapevi coniugare l’esattezza di un’analisi con la nitidezza di un ricordo: Gianni Brera che ti apre la porta della sua stanza a Barcellona. È la numero 427. Le serrande sono chiuse. L’aria è impregnata dell’odore del Toscano. Sul secondo letto due valigie che sembrano di cartone. Una è per i vestiti, l’altra i medicinali. Lui è in canottiera, con un fazzoletto sotto le bretelle per fermare il sudore. Particolari che solo tu sapevi mettere a fuoco in questo modo unico, senza dispersioni, vaghezze o approssimazioni. Raccontavano un mondo, con tutti i suoi strati. Per questo chi ti ascoltava aveva un senso di pienezza.


Senza te forse non avrei scritto “La partita”. E tu lo sapevi. Ma eri troppo garbato per dirmelo. Qualche anno fa ti avevo incontrato con Peppe Calzuola, il fotografo al quale avevi pubblicato tante istantanee quando dirigevi le pagine sportive di “Repubblica” o il “Corriere dello Sport”. Eravamo in una galleria dietro via Veneto e stavamo guardando una foto di Zico del 1982. Era tarda primavera. Tu avevi una giacca blu, con un lungo rever, era un po’ sformata perché nelle sue tasche ci affondavi le mani. Una posa che ti rendeva confidenziale, a volte irriverente. Usciti per strada ti ho detto: “Devo domandarti scusa e dirti grazie”.


Avevo appena consegnato un libro che parlava di te senza avertelo chiesto. E quel viaggio per me era partito quando avevo dodici anni, leggendo i tuoi articoli. Poi era proseguito divorando i tuoi libri o ascoltando i tuoi racconti. Quando avevi conosciuto Rossi; quando avevi fondato lo sport a Repubblica; quando avevi “preso” Brera; quando lui, nel primo scalo spagnolo, ti aveva battezzato Navarro; quando cercasti il bidet perduto di Soldati; quando a Barcellona arrivasti quasi alle mani con Tardelli; quando Pablito in un sottoscala ti disse: “Io sarò Rossi solo per quello che riuscirò a fare qui”; quando, dopo che lui ne aveva fatti tre al Brasile, negli ultimi istanti della partita telefonasti in redazione dal Sarrià e dettasti il pezzo imprecando contro Klein (e le stenografe ti dicevano: “questo lo dobbiamo scrivere?”). O quando in un Bernabeu ormai deserto, ti affacciasti sul campo per goderti l’ultimo respiro e ti apparve Bearzot. Tu ce lo raccontasti e fu il più bello dei finali. Dunque quel libro era un po’ figlio tuo. Eri stato gentile, come sempre. E mi avevi detto sorridendo che lo avresti aspettato. Quando uscì, tu eri al mare, te lo lasciai con una dedica: “A Mario, il “Navarro” che come nessuno – nessuno - ha raccontato quei giorni”.


Una settimana dopo mi avevi scritto: “Ho cominciato a leggerlo e non so staccarmene. Per la quantità di notizie e ricordi, per l’asciuttezza della scrittura, per l’intelligenza dell’idea. Mi stai facendo venire un sacco di idee con cui venirti dietro. Grazie per le parole che hai scritto su di me e per la citazione iniziale. Spero tu abbia una grande fortuna”.


Le cose più belle di calcio che avevo letto - e ne avevo lette a migliaia – erano state le tue. Per lo spessore, la logica, la solidità, la forma, la linearità. E, spesso, per quella umanità con la quale riuscivi a rendere certi momenti così struggenti (l’editoriale che scrivesti il giorno della finale degli Europei del 2000 - Abbracciamoci” – era stato per me un capolavoro). Tu eri il più grande. E la tua approvazione era stata dunque il maggior riconoscimento che potessi avere (sentirti dire, poi, che proprio tu volevi “venirmi dietro” per me era qualcosa di incredibile). La volta dopo – era un 30 luglio - ti firmasti “Il Navarro”.


Abitavamo a pochi metri. Ogni tanto ci incrociavamo con i nostri cani. Abbiamo anche condiviso una collaboratrice. Attraverso lei ti mandavo pizzini. O vecchie foto. E ci inviavamo mail alle cinque della notte. Perché entrambi leggevamo o scrivevamo fino all’alba.


Ci siamo trovati qua e là. A Trento, ad esempio, per il Festival dello Sport. O quando abbiamo girato la serie su quel 1982. Era l’inizio di quest’anno. Faceva freddo, tu avevi ancora una giacca blu, stavolta con il bavero più sottile. Era più modaiola, per quanto sempre informale, ma la sua linea contenuta impediva alle tue mani di infilarsi come al solito nelle tasche, così cercavi rifugio in quelle dei pantaloni.

Sul set, raccontando la morte di tuo padre, ci avevi fatto piangere. In un salottino della produzione, dietro piazza Mazzini, mi parlasti di “Danteide” facendomi arrossire e mi chiedesti di farti avere “L’affaire”. Eri generoso e pensavo me lo avessi detto solo per cortesia. Quattro mesi dopo mi mandasti un messaggio (“Ho letto Dreyfus e sono rimasto impietrito dalle tue qualità di ricercatore e storico. Non ricordo lavori di questo spessore”). Avere la tua stima, Mario, è stato il regalo più bello. Era però forse giunto il tempo di smetterla di farci i complimenti e di prenderci un po’ in giro. Hai scelto dicembre per andartene, come Gianni Brera, Enzo Bearzot e Paolo Rossi, nell’anno del quarantennale di quel mondiale che aveva reso grandi tutti voi. E hai scelto proprio il giorno prima di una finale mondiale. Sarebbe stata un kolossal. Ma tu tanto avevi vissuto quella più favolosa. E nessuno l’aveva raccontata come te:

“Guardavamo quell'angolo di follia dolce, poi tornavamo a voltarci verso il campo, poche luci ormai accese, l'erba sommersa dai chiaroscuri di una contr’ora innaturale, il rumore delle grida ancora nelle orecchie. Era difficile e forse inutile tentare di sottrarsi alla tentazione di credersi testimone io, protagonista lui, di un attimo di storia. Ed era come se volesse strappare alla notte quante più immagini fosse possibile per tenersele dentro”.


Le tue ultime righe sul “Corriere della sera”, mi accorgo solo ora, ci hanno lasciato qualcosa di universale: “Di sicuro c’è un già detto tra loro che ognuno crede di aver fatto capire all’altro. Ma non sono stati esattamente chiari. Il divertimento del calcio è che c’è sempre un margine di miglioramento imprevisto da aggiungere. Di solito è la parte migliore”.


Ecco “chi siamo davvero”. Quello che non ci aspettiamo. E tu eri continuamente sorprendente. Per questo, dannazione, mi mancherai. Molto.



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